La forza della fragilità e quella della gentilezza

Cerchiamo di superare in fretta l’ideologia della forza e della durezza: saremo più felici e produttivi.

C’era una volta (e c’è ancora) un tipo di società – come la nostra – in cui si esaltano i concetti di forza, robustezza, solidità, infrangibilità, resistenza, durevolezza, fermezza, resilienza, indiscutibilità.

Ma forse dovremmo rivalutare il loro opposto: la fragilità.

Secondo il Dizionario Treccani, fragilità vuol dire tendenza a rompersi facilmente, delicatezza, debolezza, labilità, scarsa resistenza, cagionevolezza, inconsistenza, caducità, fugacità.

Perché ridar valore a tutto ciò? Per quattro motivi.

  1. Anzitutto fragile è la condizione umana, non divina: una condizione per tutti noi non eterna, non onnisciente, non onnipotente.
  2. Poi fragile è la nostra psiche: mai del tutto razionale, governabile, sotto controllo.
  3. In terzo luogo, fragile è la coscienza: limitata dall’ignoranza di gran parte del reale, oltre che da interne contraddizioni e aporie.
  4. Infine, fragile è la società: eternamente divisa, fratta, mai completamente protettiva.

Senza dubbio, il pensiero dominante prende in considerazione la fragilità per deplorarla, opporsi ad essa o addirittura denegarla.

Ma è proprio partendo dalla consapevolezza della nostra friabile debolezza strutturale che noi possiamo riconoscere i nostri limiti e le difficoltà dell’esistenza, accettare con empatia quelli altrui, essere o diventare compassionevoli con noi e con gli altri, accettare le sconfitte, trasformarci da terrestri in umani.

Se tutto ciò è vero, forse dovremmo rovesciare alcuni modelli dominanti. Ricordate il gatto e la volpe di Pinocchio? I loro equivalenti odierni sono molti consulenti, counsellor e addetti al coaching che promettono – mentendo – di ‘fortificare’ gli uomini e le donne che si sentono deboli. Lo chiamano ‘enforcement’ e lo inseriscono, volenti o no, in una strategia che vuole individui idealmente invincibili, non scalfibili, flessibili, adattabili: quelli che servono alle imprese neo-schiavistiche, in lotta nel mercato, pronte a ogni competizione.

È l’antica ideologia maschile e macha (anche in gonnella) della guerra: i deboli cadono, i forti vincono, i più forti sopravvivono. Quell’ideologia ‘darwiniana’ che ci fa credere di dover essere superman o wonder woman, super-eroi che di nulla hanno paura.

Beh, per fortuna, la ragione sta dalla parte dei fragili, degli incerti, a volte degli sconfitti: coloro che riconoscono di non essere onnipotenti; accettano le loro debolezze e magari se ne vantano; sanno che la creatività si dilata ove la forza recede; amano le contraddizioni e le sfumature; vogliono e scelgono di essere donne e uomini veri, sofferenti, dubbiosi ma autonomi, non schiavi, intimamente liberi.

L’apprezzamento della fragilità evoca quello, ancor oggi insufficiente, della gentilezza.

Gentile, all’origine, indicava l’appartenenza alla ‘gens’, alla stirpe. Poi, sottintendendo ‘buona’, ha finito con l’evocare un’élite: anzitutto i nobili (tuttora si usano in tal senso gentiluomo e gentildonna). Quindi, abbandonando il ‘sangue blu’, quell’aggettivo è passato a qualificare doti spirituali, sentimenti elevati (ricordate il Dolce Stil Novo?). Infine, oggi, denota gli individui e i comportamenti garbati, delicati, cortesi, affabili, amabili e talora anche le donne – più raramente gli uomini – piacevoli alla vista, fini, delicate, graziose (in Toscana pure esili); e cose (profumi, sapori, ecc.) delicate e di superiore qualità. Per gli ebrei, invece, i gentili sono i non ebrei, i goìm.

Nell’attuale fase storica la gentilezza, specie quella d’animo, appare a rischio di scomparsa. Da alcuni viene identificata con la formale buona educazione. Da altri con la debolezza, l’‘assenza di ‘attributi’, la carenza d’iniziativa. Altri ancora semplicemente la irridono, considerandola obsoleta, effeminata, decadente.

Eppure, del garbo, della cortesia, della delicatezza abbiamo un gran bisogno: l’esistenza è alleggerita dall’incontro con interlocutori amabili e ha a che fare col rispetto dell’Altro, col contenimento dell’aggressività, con l’opzione a favore della convivenza civile. Infatti, il contrario della gentilezza non è la scortesia ma l’insensibilità.

Un rivoluzionario bolscevico sosteneva che i cambiamenti profondi negli assetti sociali impongono spesso grandi discontinuità, strappi, fratture; ma aggiungeva anche che, se non si torna rapidamente alla cortesia genuina nei rapporti umani, allora è assai probabile che si arrivi presto a un nuovo regime. Quel tizio si chiamava Leone Trotsky e, pensando a Stalin, sapeva quel che si diceva. Venne ucciso da sicari del georgiano in un modo assai poco amabile…

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